FidoBust

All’alba dell’11 Maggio 1994, prendeva corpo l’operazione “Hardware1”, più nota come ‘Italian Crackdown’ o ‘Operazione Fidobust’.

Internet era ancora di là da venire, ma la telematica in Italia era una realtà consolidata, principalmente grazie alla presenza della rete Fidonet, ma anche per un congruo numero di reti minori indipendenti che avevano sposato la tecnologia ‘Fido’. In tutto svariate centinaia di nodi, sparsi per il territorio nazionale, sostanzialmente privi di qualsiasi finalità commerciale, gestiti da persone che investivano tempo e risorse nell’interesse della collettività.

Erano gli anni della diffusione del personal computer, l’informatica era ancora una branca misconosciuta, ma già da tempo si discuteva dei problemi legati alle licenze software ed ai copyright. La rete Fidonet, da questo punto di vista, era all’avanguardia visto che oltre dieci anni prima aveva inserito nel proprio regolamento (la ‘Policy’) una norma (2.1.1) che imponeva che “(il gestore del nodo) non promuove o partecipa alla distribuzione di software piratato e non ha altri tipi di comportamento illegale via FidoNet”. Norma che, peraltro, durante il periodo in cui sono stato coordinatore della rete italiana ho sempre fatto attentamente rispettare.

Nel 1992 una direttiva CEE invitava gli stati membri ad emanare regolamentazioni nazionali atte a tutelare il diritto di autore in materia di software. In Italia questa direttiva venne recepita con il decreto legislativo 518/92, che però andava ben al di là delle richieste della UE, associando alla ‘detenzione’ di software non originale non solo conseguenze sul piano civile, ma delle pesantissime sanzioni penali. La legge, invero, limitava le conseguenze ai soli fini di lucro, ma l’interpretazione che veniva data in quei tempi era che il lucro consistesse nel mancato esborso del denaro necessario per entrare in possesso di una copia legale, senza differenze sostanziali se a copiare software fosse un ragazzino per collezionismo o un negozio di PC per rivenderlo assieme ai suoi computer.

Sta di fatto che l’indagine prese il via proprio da due ragazzini del pesarese che scambiavano software. Nei loro computer fu trovato un elenco di BBS ai quali, come altre migliaia di appassionati, si collegavano frequentemente. Furono proprio quei numeri memorizzati ad essere considerate le prove principe dell’esistenza di una estesa organizzazione dedita allo spaccio di software. Cosa che aggiunta all’assioma che il possesso di una apparecchiatura atta alla duplicazione (leggi, un computer) giustificasse le perquisizioni, diede il la all’operazione, sostenuta da accuse pesantissime (associazione a delinquere, duplicazione fraudolenta di software, violazione di sistemi informatici terzi, persino contrabbando), e senza alcuna indagine preliminare.
E’ inutile sottolineare che la vicenda sconvolse la vita di tantissime persone, animate solo da interesse verso la tecnologia e volontà di offrire un servizio alla collettività. La loro unica colpa fu di avere il numero del proprio BBS registrato nella rubrica telefonica delle persone sbagliate, pagando così lo scotto dell’incompetenza altrui nei confronti di una materia nuova e ostica.

Io fui fra i pochi fortunati che non si ritrovarono con la polizia a bussare all’alba alla porta, ma i racconti dei tanti amici che invece hanno dovuto subire questa gran brutta esperienza furono, oggettivamente, agghiaccianti. L’intera vicenda è ricostruita dettagliatamente nel libro di Carlo Cubitosa, ‘Italian Crackdown’, edito da Apogeo  e scaricabile gratuitamente dal sito dell’autore.

Con il tempo fu evidente come la realtà fosse totalmente diversa da quella ipotizzata dagli inquirenti, e che i sysop della rete Fidonet erano completamente estranei al mondo della pirateria del software. Ma la vicenda fu estremamente dolorosa ed ebbe come conseguenza la decimazione della rete. Oltre ai tanti nodi chiusi perché sottoposti a sequestro, e che non riaprirono più, fummo in molti a ritenere che il rischio derivante dal gestire un BBS fosse assolutamente ingiustificato ed a chiudere le attività.

Ritenevo però che la vicenda costituisse una grave limitazione alla libertà individuale per un gruppo di persone animate solo dall’interesse per la tecnologia e dalla voglia di innovare, e trovavo assurdo che una nazione del livello dell’Italia potesse avere comportamenti simili. Sentii quindi la necessità di scrivere una lettera all’allora Presidente della Repubblica, Scalfaro, per rappresentare la mia inquietudine:

Al Presidente della Repubblica Italiana
Dott. Prof. Oscar Luigi Scalfaro

Potenza, 21/05/1994

Signor Presidente, la nostra associazione culturale ha lo scopo di promuovere la conoscenza e lo sviluppo di tecnologie avanzate in materia di telecomunicazioni, informatica e telematica.
Al pari di altre realta similari presenti sul territorio nazionale, questa opera viene svolta in spirito di puro volontariato, senza fine alcuno di lucro, sopportando anzi i non trascurabili costi di gestione.
Tali presenze mettono a disposizione di migliaia di appassionati, per lo piu in giovane eta, sistemi di telecomunicazione avanzati e tecnologie altrimenti fuori dalla portata del comune cittadino, favorendo cosi la comunicazione e lo scambio di informazioni, di carattere sia scientifico che semplicemente ricreativo.
In una nazione al passo con i tempi – come l’Italia deve essere – ove sempre più la conoscenza e la dimestichezza con l’informatica e con i sistemi di comunicazione avanzati assume un ruolo determinante per il futuro, riteniamo che tale opera possa avere, ed abbia in concreto, una significativa valenza sociale.

Grazie ai sistemi telematici a noi associati, e grazie a tutti gli altri che appartengono a “reti” diverse, migliaia di persone hanno potuto dibattere ed approfondire tematiche di tutti i generi; dagli Scout ai volontari per la pace, dagli appassionati di letteratura alle guardie ecologiche volontarie, dai cultori di lingue straniere ai centri di assistenza agli immigrati, tutti hanno potuto e possono giovarsi dei nostri servizi gratuiti.
Pochi giorni or sono questa situazione e stata di colpo sconvolta da una iniziativa della Magistratura di Pesaro che, a seguito di indagini sulla pirateria dei programmi per elaboratore elettronico, ha emesso una lunga serie di ordinanze di sequestro di sistemi telematici amatoriali.
Gli interventi operati dalla magistratura, tramite gli agenti della Guardia di Finanza, sono evidentemente tesi alla individuazione di coloro i quali, sfruttando questi sistemi telematici, e carpendo la buona fede di tanti volontari, ne approfittano per goderne dei frutti illeciti.
Per noi, quindi, l’azione degli inquirenti non può che essere positiva, perché ci aiuta ad estirpare una volta per tutte questa mala pianta che stava, evidentemente a nostra completa insaputa, nascendoci in seno; inoltre la completa fiducia che abbiamo nella magistratura italiana ci fa sperare in una pronta e sicura soluzione.

Tuttavia le operazioni di polizia condotte in questi giorni hanno finito per colpire un numero rilevante di operatori di sistema che nulla avevano a che fare con i fatti posti ad oggetto delle indagini. Ciò e stato favorito dallo strano assioma posto a giustificazione delle tante perquisizioni e sequestri operati (cosi come risulta dagli “avvisi di garanzia” notificati), spesso con l’ausilio di personale non confortato da una sufficiente conoscenza tecnica degli strumenti posti ad oggetto dei controlli: “poiché un soggetto ha in proprio possesso strumenti tecnici teoricamente atti a commettere un reato” esso può essere sottomesso a perquisizioni, sequestri e procedimenti giudiziari.
E’ da considerare che frequentemente l’asportazione dei computer utilizzati per la gestione dei sistemi telematici ha causato gravissimi danni alle attività economiche dei singoli operatori volontari, che spesso adoperano la medesima macchina (per evidenti motivi di economicità) anche per il proprio lavoro. Tali danni materiali si sono quindi aggiunti allo spavento, allo sgomento provato da chi, onesto cittadino, ha visto piombare in casa propria forze di polizia pronte ad affrontare qualunque evenienza. Inoltre e facile prevedere i costi che dovranno essere sopportati per le spese legali necessarie al prosieguo dello svolgimento giudiziario.
Tutto ciò ha indotto nella disperazione e nel timore un grande numero di volontari che, d’un tratto, si sono visti potenzialmente trasformati in cospiratori informatici ed indagati di gravi reati.
La stragrande maggioranza di essi fa capo a una rete telematica mondiale che sin dalla sua nascita, oltre un decennio fa, ha sempre avuto ferree norme contro la pirateria informatica.

La notizia, circolata in un baleno in una realtà che basa la sua esistenza sulle comunicazioni, ha creato scompiglio e paura anche in tutti i fruitori dei servizi telematici, inducendo molti a privarsi di questi strumenti ed a chiudere i sistemi telematici per paura di ingiuste conseguenze.
La nostra viva preoccupazione e che si scateni una sorta di ‘caccia alle streghe, ove il semplice appartenere ad una determinata categoria (o addirittura il semplice possedere apparecchiature informatiche atte anche alla comunicazione) possa costituire elemento di dubbio sulla onesta ed integrità del cittadino.
Questa situazione creerebbe grave nocumento alla telematica amatoriale senza, peraltro, fornire risultati apprezzabili alla giustissima lotta alla pirateria informatica; costituirebbe altresì una forte limitazione alla libertà dei cittadini della Repubblica.

Poiché il rischio di simili evenienze già è avvertibile sulle pagine dei giornali a larga diffusione e poiché riteniamo che i principi motore delle nostre azioni (libertà di pensiero e di comunicazione) ed i principi generali del diritto italiano (fra qui quello di essere ritenuti innocenti fino a prova contraria) trovino in Lei il più alto e convinto interprete, ci appelliamo pertanto a Lei, in quanto primo garante della Costituzione ed in quanto Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, affinché voglia seguire, per quanto le sara possibile, le vicende segnalatele, perché possano trovare giusta soluzione nel più breve tempo possibile, soprattutto nel rispetto di tutte le conquiste di civiltà ottenute dal nostro paese.

E’ probabilmente superfluo riportare il fatto che questa lettera abbia prodotto giusto una risposta formale.

Info

  • Italian Crackdown, di Carlo Gubitosa, su Apogeo

L’immagine in evidenza è usata su licenza 123rf

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